Perché psicologia sui social
SIMONE:
Ho scelto di iniziare a condividere contenuti e riflessioni sui social perché credo che la psicologia possa essere molto più di un insieme di diagnosi, sintomi e protocolli. Credo che possa tornare ad essere anche uno spazio di ricerca sul significato dell’esistenza, sul desiderio, sui sogni, sulle immagini e sulle domande che accompagnano ogni essere umano nel corso della vita.
Attraverso questi video desidero mostrare un volto diverso della psicologia: una psicologia che non si limita a spiegare il comportamento, ma che aiuta a comprendere il senso profondo delle esperienze che viviamo. Una psicologia capace di dialogare con la filosofia, con il mito, con la dimensione simbolica e con quella parte dell’essere umano che non può essere ridotta soltanto a numeri, statistiche o processi neurobiologici.
Il mio intento non è contrapporre la scienza ad altre forme di conoscenza, ma ampliare lo sguardo. Restituire spazio alla complessità dell’animo umano, alla ricchezza dell’immaginazione, al linguaggio dei sogni e alle domande che da sempre accompagnano l’uomo nella ricerca di sé stesso.
Se questi contenuti riusciranno anche solo ad aiutare qualcuno a guardarsi dentro con maggiore consapevolezza, a comprendere meglio la propria storia e a ritrovare un dialogo più autentico con sé stesso, allora avranno già raggiunto il loro scopo.
GABRIELE
Mi sono interrogato sul perché pensare a condividere sui social gli aspetti della psicologia, per me è sempre stato un problema, anzi direi che ho sempre provato forte avversione. Mi sono chiesto perchè mi sembra strano, sono sempre stato favorevole all’informazione e alla diffusione delle conoscenze, ho fatto docenze, formazioni e pubblicato risorse nel passato, ma ho sempre fatto resistenza all’idea di mettere me davanti alla telecamera. Quando uno psicologo che ha un indirizzo psicoanalitico “fa resistenza” automaticamente si chiede quale fragilità sta nascondendo a sé stesso. Iniziano allora molte ragioni:
- lo psicoterapeuta deve rimanere una figura “sconosciuta”, bisogna permettere che nella relazione possano manifestarsi le identificazioni che più sono utili alla persona che chiede un intervento: gli analisti che stanno “dietro il divano” sostengono questo (per questo meglio se non puoi vederli)… farsi conoscere sul web o sui social fa diventare troppo familiari da conoscenza ma in questo caso non permette di riempire con la propria fantasia le lacune (la proiezione che è molto importante in terapia).
- quello che ho da dire non è mai definitivo. Certo perché solo nelle scienze esatte, come la matematica, le conoscenze sono assolute. Nella vita umana c’è ben poco di assoluto. Quando diamo qualcosa per certo, forse l’unica cosa certa è che stiamo vedendo solo una parte del problema. Ci dobbiamo sempre muovere con una quota di incertezza, riuscire a “fare” sapendo che la nostra conoscenza è imperfetta è molto maturo, rispetto ad essere sicuri perché semplicemente NON si osservano tutti gli aspetti di un dato problema. Sui social, con un grande pubblico brevità e semplicità sono fondamentali e per far questo si rischia di perdere la complessità che cerca di avvicinarsi alla realtà. Ho visto moltissime presentazioni che impoveriscono questioni importanti e talvolta tutto viene ridotto ad una mini-ricetta: “le 3 cose da fare per vivere meglio”.
Non ho ricette semplici da comunicare, ma mi sono anche detto che se non si porta la complessità dell’esplorazione profonda si lascia dilagare solo la voce di chi dice “ti dico io come fare”. Certo chi vuol seguire queste linee di indirizzo “autorevoli”, non troverà interessanti le mie / nostre idee ma per lo meno ci saranno, per coloro che invece sentono che dietro all’apparenza c’è qualcosa di più profondo, che non si può spiegare con una formula semplice. Mi sembra importante anche sfatare il mito della psicologia semplice come breve e psicologia profonda come lunga: i tempi con cui una terapia deve funzionare sono gli stessi ma ne parlerò in modo approfondito in un’altra scheda, di questo e di altri misunderstanding e altri “falsi miti”
Come succede molto spesso, alcune scelte le capisco solo dopo e quando ho deciso di mettere ironicamente la mia foto con il pensatore di Rodin non avevo ancora compreso che avrei scritto che portare il pensiero fosse importante per questa riflessione. Ora lo so. Spesso la terapia psicologica funziona così.
Complessità, riflessione, allora tutto diventa interminabile? No, è necessario partire, accompagnare il pensiero con l’azione, questo il motivo che invece spinge a partecipare a questo nuovo modo di fare le cose, social, “mettendoci la faccia” senza però sfruttare la situazione per una espressione narcisistica personale. Lo psicologo deve rimanere un allenatore non il centroavanti della squadra… i nostri nonni-maestri dicevano “la persona al centro”; quindi ci vedrai, ma non stupitevi se non ci vedrete troppo.
Il nostro progetto sarà variegato cercheremo di portare spunti in vari modi, con varie metafore, ma sempre cercando di lasciare alla fantasia il suo ruolo creatore spontaneo.
Per il momento gli argomenti che trattiamo sono:
| Serie | Titolo (breve) | descrizione |
|---|---|---|
| A | psicopillole | Aspetti della psicologia particolare anche controintuitivi. Divulgazione. Falsi miti. Presentazioni |
| B | storie di calma | Scene rilassanti, relax, pause (il cervello ne ha bisogno) |
| C | sottosuolo umano | scene NON rilassanti. Immagini per identificazione la sofferenza a chi ha bisogno perché non si senta abbandonato nella sofferenza |
| D | riflessioni umane | Pensieri e riflessioni, riflessioni anche leggere ma su realtà profonde, incoraggiamenti |
| E | storie di coppie | video che hanno a che vedere con questioni di coppia |
| F | storie di gruppo | vita di gruppo, scene di gruppo, fattori di gruppo |
VALENTINA
La decisione di iniziare a condividere contenuti nasce da una riflessione condivisa in più occasioni con i miei colleghi. Il tutto nasce dal il mio percorso di studi iniziato alle superiori: scelsi ragioneria, guidata dalla fantasia che la parola stessa potesse rappresentare un qualcosa che mi avrebbe portato a ciò che è ragionato e pensato… ovviamente nei cinque anni mi sono accorta che ciò che si intende col termine stesso rappresenta tutt’altro da quello che per me rappresentava il concetto stesso. Ma oggi posso dire che qualcosa di quel percorso credo di averlo ricollocato.
Si parlava di bisogni, ovviamente in termini aziendali, ma quel concetto per me risuona ancora oggi. Una corretta analisi del bisogno porta in sé la possibilità di azione. Questo processo trasformativo nasconde in sé un’evoluzione dove vi è un passaggio fondamentale tra ciò che è sentito, immaginato, desiderato verso ciò che può essere consapevolmente realizzato. Ed eccoci qua. Negli ultimi anni, in maniera marcata dal 2020 ad oggi, i luoghi di incontro dei bisogni emotivi si sono pian piano trasformati, fino a diventare quasi primariamente dei luoghi-non-luoghi situati sui social, un mondo in costante crescita, evoluzione, esposizione. Ci sono delle regole all’interno delle quali i social funzionano, i like, i pollice in su, i click. Ma a quale bisogno risponde? Ad un bisogno che spesso emerge in terapia, un desiderio profondo di riconoscimento. Il riconoscimento può essere sia esterno a noi, che potremmo chiamare di approvazione sia interno che riguarda più l’accettazione di sé. L’agire in questo luogo-non-luogo consentirà un’apertura a nuove modalità di risposta a vecchie situazioni che oggi richiedono quel qualcosa in più. L’obiettivo a cui puntiamo col nostro lavoro è quello di creare una nuova connessione reale-virtuale in grado di attivare cambiamenti concreti e dinamici.

un poco vogliamo scherzare e abbiamo utilizzato l’intelligenza artificiale per “giocare” sulla presentazione
a cura di Gabriele Giacomelli, Valentina Mazzullo e Simone Bacherini.







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