Quanto dura la psicoterapia?
Quanto dura la psicoterapia? Il bivio tra pregiudizio e realtà
Vi siete mai chiesti quanto debba durare una psicoterapia? A volte è una domanda che mette a disagio, quasi si temesse di mancare di rispetto al professionista. Tuttavia, è una delle prime cose che mi sarei chiesto io stesso e che, giustamente, mi viene rivolta molto spesso. Ovviamente non esiste una risposta univoca, ma questo non significa che non si possa fare chiarezza.
a cura di Gabriele Giacomelli.
Spesso mi sono confrontato con il pregiudizio che esistano terapeuti “veloci” e terapeuti “lenti”, quasi sempre in base al modello teorico di riferimento. Io appartengo all’orientamento psicodinamico (di derivazione psicoanalitica), spesso accusato di essere “il più lungo” e, di conseguenza, il più costoso. Capita che, scoprendo il mio approccio, i pazienti siano inizialmente scettici, magari proprio dopo aver provato per un anno una terapia che prometteva risultati immediati. Per fortuna, bastano una o due sedute per far capire loro che anche con il modello psicodinamico si possono ottenere cambiamenti concreti in tempi brevi
Chissà quanti avranno già interrotto la lettura sapendo che questo è l’approccio peggiore? Spero pochi…
(però se hai fretta puoi andare direttamente alle conclusioni…
… e poi dopo leggere con calma del viaggio)
Se sei ancora qui, cercherò di offrirti un punto di vista diverso. Lo scopo della terapia è proprio far cambiare prospettiva alle persone; e se sono riuscito a far cambiare idea persino a un’Intelligenza Artificiale, forse il “film di fantascienza” non è poi così lontano dalla realtà! Senza scomodare “WarGames” (1983), cercherò di spiegare come la terapia psicodinamica sia efficace quanto le altre, utilizzando una prospettiva attuale e accessibile.
L’esperimento con l’AI
Quando ho deciso di scrivere questo articolo, ho fatto ciò che molti fanno ma che solitamente “non si dovrebbe”: ho chiesto alla “macchina della verità” (l’AI) ciò che vivo quotidianamente sulla mia pelle. Ho analizzato come l’intelligenza artificiale elabori i concetti in base alla frequenza delle domande che riceve, confrontandoli con la mia esperienza clinica.
Riporto le mie domande e un estratto delle risposte che ho ricevuto.
Domanda: quanto dura la psicoterapia?
Risposta:
“La durata di una psicoterapia non è fissa, ma una psicoterapia efficace dura mediamente tra le 12 e le 20 sedute per problemi circoscritti, estendendosi da qualche mese a oltre un anno per situazioni più complesse. [1]
La variabilità dipende principalmente dall’obiettivo del paziente, dalla gravità del disturbo e dall’orientamento teorico del professionista scelto. [1]
Durata media in base all’approccio terapeutico
Ogni scuola di pensiero psicologica prevede tempistiche e modalità di intervento differenti: [1]
| Orientamento Terapeutico [1, 2, 3, 4, 5] | Durata Stimata | Caratteristiche del percorso |
| Terapia Strategica Breve | 6 mesi | Focalizzata sull’estinzione rapida dei sintomi e su problemi specifici. |
| Cognitivo-Comportamentale (CBT) | Da 6 a 12-24 mesi | Orientata al presente, valuta la relazione tra pensieri, emozioni e comportamenti. |
| Sistemico-Relazionale | Da 6 a 18 mesi | Ideale per terapie familiari o di coppia, analizza le dinamiche relazionali. |
| Psicodinamica / Psicoanalisi | Da 1 a diversi anni | Lavoro a lungo termine che indaga l’inconscio e le cause profonde e passate del malessere. |
Fattori che influenzano i tempi
I tempi concordati nel contratto terapeutico iniziale possono variare in base a:
- Natura del problema: Ansia lieve o fobie situazionali richiedono meno tempo (anche solo 8-12 sedute) rispetto a disturbi di personalità radicati o traumi complessi. [, 2]
- Obiettivi del paziente: Risolvere un sintomo specifico richiede meno tempo rispetto a intraprendere un percorso di profonda conoscenza di sé. [, 2]
- Impegno e costanza: La motivazione e il lavoro attivo svolto dal paziente tra una seduta e l’altra accelerano i risultati. [1, 2]
Visto che utilizzo la terapia psicodinamica e non mi ritrovo nei tempi indicati Ho chiesto: chi sostiene che la Psicodinamica / Psicoanalisi duri Da 1 a diversi anni
La tesi secondo cui la psicoanalisi e la psicoterapia psicodinamica a lungo termine durino da uno a diversi anni è sostenuta dalla letteratura scientifica internazionale in psicologia clinica, dalle società psicoanalitiche istituzionali e dai padri fondatori della disciplina.
L’estensione pluriennale non è un’opinione arbitraria, ma è definita da precisi riferimenti teorici ed empirici: [1, 2]
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I padri fondatori e le istituzioni storiche
- Sigmund Freud e gli psicoanalisti classici: Sebbene nei primi del Novecento le analisi fossero paradossalmente più brevi, lo stesso Freud teorizzò successivamente la complessità e la potenziale “infinitezza” del processo nel celebre saggio del 1937 “Analisi terminabile e interminabile”. [1, 2]
- La IPA (International Psychoanalytical Association) e la SPI (Società Psicoanalitica Italiana): I modelli ortodossi di psicoanalisi applicati dai membri di queste storiche istituzioni prevedono un setting intensivo (da 2 a 4 sedute a settimana) che richiede per sua natura diversi anni per ristrutturare i tratti profondi della personalità e risolvere i conflitti inconsci. [1, 2, 3, 4, 5]
mentre leggo queste informazioni penso: al primo punto si afferma che erano più brevi; non comprendo la grammatica del secondo punto: se ci si vede con maggiore frequenza che significa “per sua natura”
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Gli studi scientifici sull’efficacia (Evidence-Based)
La ricerca moderna differenzia chiaramente la psicoterapia psicodinamica a breve termine (sotto le 24 sedute) da quella a lungo termine. A sostenere la necessità degli anni per quest’ultima sono studi clinici di rilievo: [1, 2]
- Il “Helsinki Psychotherapy Study”: Uno dei più importanti studi longitudinali ha dimostrato che mentre le terapie brevi mostrano benefici immediati, la psicoterapia psicodinamica a lungo termine (della durata di circa 3 anni) e la psicoanalisi intensiva producono una riduzione dei sintomi più stabile e un cambiamento strutturale a 5 anni di distanza dal trattamento. [1]
- Le meta-analisi di Falk Leichsenring e Jonathan Shedler: I loro studi pubblicati su riviste dell’APA (American Psychological Association) dimostrano che i benefici della terapia psicodinamica a lungo termine non solo si mantengono, ma continuano ad aumentare anche dopo la fine della terapia (effetto di incubazione), giustificando percorsi della durata di diversi anni per i disturbi di personalità e le depressioni croniche. [1]
Molto bello ma poi continua:
Perché servono gli anni secondo questo approccio?
Chi sostiene la durata pluriennale si basa sul concetto di cambiamento strutturale:
Mentre altri approcci si focalizzano sull’estinzione del sintomo presente (es. bloccare un attacco di panico), l’approccio psicodinamico mira a modificare i pattern relazionali interiorizzati durante l’infanzia, a elaborare i traumi rimossi e a rimodellare i meccanismi di difesa del paziente. Questo processo richiede inevitabilmente lo sviluppo di una complessa relazione a lungo termine con il terapeuta (chiamata transfert). [1, 2, 3, 4, 5, 6, 7]
C’è imprecisione sulla questione transfert che tralascio ma sembra che nell’ultimo paragrafo si affermi nuovamente che gli altri approcci hanno una durata minore; allora per essere certo ho chiesto: vorrei sapere se l’efficacia della psicodinamica nelle 12 sedute è confrontabile alle altre terapie?
Sì, l’efficacia della psicodinamica a breve termine (12-16 sedute) è assolutamente confrontabile e statisticamente equivalente a quella delle altre terapie focalizzate sul sintomo, come la Terapia Cognitivo-Comportamentale (CBT). [1, 2]
Questo protocollo specifico prende il nome di STPP (Short-Term Psychodynamic Psychotherapy) o Psicoterapia Psicodinamica Breve. [1, 2]
I dati e le evidenze scientifiche internazionali spiegano l’efficacia di questo percorso e il suo confronto con gli altri approcci:
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Il verdetto della ricerca scientifica (Equivalenza)
Grandi meta-analisi pubblicate su riviste autorevoli come l’American Journal of Psychiatry hanno formalmente testato l’equivalenza dei due modelli. I risultati dimostrano che per i disturbi più diffusi (come la depressione maggiore lieve o moderata e i disturbi d’ansia generali), la psicodinamica breve e la CBT raggiungono tassi di remissione dei sintomi quasi identici alla fine del trattamento. [1, 2, 3]
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Come fa a funzionare in sole 12 sedute?
Per concentrare l’efficacia in circa 3 mesi di trattamento, la psicodinamica breve modifica radicalmente il “setting” classico della psicoanalisi pluriennale:
- Focus unico e circoscritto: All’inizio delle 12 sedute, terapeuta e paziente scelgono un singolo problema centrale su cui lavorare (ad esempio: una precisa difficoltà relazionale, l’elaborazione di un lutto recente o un blocco lavorativo). Tutto ciò che è fuori dal focus viene escluso.
- Ruolo attivo del terapeuta: Il professionista non resta in silenzio aspettando le libere associazioni, ma interviene continuamente per mantenere la conversazione ancorata al problema stabilito e per bloccare le distrazioni. [1]
- Scadenza temporale esplicita: Sapere fin dall’inizio che le sedute saranno esattamente 12 crea una forte spinta motivazionale (effetto clessidra) sia nel paziente che nel terapeuta, accelerando il processo di consapevolezza.
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Le differenze nei risultati a lungo termine
Sebbene l’efficacia immediata sui sintomi sia paragonabile alla CBT, la ricerca evidenzia una differenza nel modo in cui si mantengono i risultati nel tempo: [1, 2, 3]
- CBT: Fornisce strumenti pratici di gestione immediata dei pensieri; tende ad essere estremamente efficace fin da subito.
- Psicodinamica Breve: Lavora identificando i pattern relazionali ripetitivi e i conflitti emotivi legati al problema. Gli studi sul follow-up mostrano il cosiddetto “effetto incubazione”: i benefici della psicodinamica tendono a crescere e a consolidarsi anche nei mesi successivi alla fine delle 12 sedute. [1, 2, 3, 4, 5, 6]
Domando allora: quando le 12 sedute NON sono confrontabili?
La psicodinamica breve non è adatta a tutto. Perde la sfida del confronto con le altre terapie in caso di: [1, 2]
- Disturbi di personalità complessi (es. disturbo borderline), dove la struttura della persona richiede anni di ristrutturazione.
- Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC) o fobie specifiche, ambiti in cui l’approccio comportamentale (CBT) mantiene una netta superiorità scientifica in termini di efficacia rapida. [1, 2, 3]
(perdita della sfida? mi sembra che Ai non sia proprio scientifica) … Visto che la “minore funzione” guardando le fonti è relativa ad una equipe congitivo comportamentale ho chiesto: nel disturbo borderline la ristrutturazione avviene prima nelle altre terapie rispetto a quelle psicodinamiche?
No, nel disturbo borderline di personalità (BPD), la ristrutturazione profonda della personalità non avviene prima nelle altre terapie, ma l’inganno nasce dal fatto che i diversi approcci affrontano il problema con un ordine cronologico invertito. [1]
Mentre le terapie comportamentali agiscono prima sui sintomi visibili, la psicodinamica agisce subito sulla struttura.
Le linee guida internazionali (come quelle aggiornate dall’American Psychiatric Association) riconoscono quattro modelli d’elezione per il disturbo borderline. Il modo in cui operano la “ristrutturazione” si divide in due macro-strategie temporali: [1, 2]
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Strategie Top-Down (Es. DBT – Dialectical Behavior Therapy)
La DBT (sviluppata da Marsha Linehan) è un approccio cognitivo-comportamentale modificato, considerato il gold standard per la gestione delle crisi. [1, 2, 3]
- Fase iniziale (Primi mesi): Non fa ristrutturazione dell’identità. Si focalizza esclusivamente sulla riduzione del danno. Insegna al paziente abilità pratiche (skills) per bloccare i comportamenti autolesionistici, tollerare il dolore emotivo e regolare la rabbia. [1, 2, 3, 4, 5]
- Fase avanzata (Dopo 1-2 anni): Solo dopo aver stabilizzato i comportamenti pericolosi, la DBT passa alla ristrutturazione dei traumi e della visione di sé. [1, 2]
- Percezione: Sembra più veloce perché i sintomi comportamentali più gravi si riducono rapidamente, ma la ristrutturazione interna richiede comunque molto tempo. [1, 2]
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Strategie Bottom-Up (Es. TFP – Transference-Focused Psychotherapy) [1]
La TFP (sviluppata da Otto Kernberg) è una terapia di matrice psicodinamica creata appositamente per il disturbo borderline. [1]
- Fase iniziale (Subito): Attacca direttamente il meccanismo alla base del disturbo borderline, ovvero la “scissione” (la tendenza a vedere se stessi e gli altri come “tutti buoni” o “tutti cattivi”). Il terapeuta utilizza ciò che accade in seduta (il transfert) per mostrare al paziente le sue immagini interne frammentate. [1, 2]
- Fase avanzata: La riduzione dei sintomi (come l’autolesionismo) non avviene tramite l’apprendimento di regole comportamentali, ma come conseguenza del fatto che l’identità si sta integrando e ristrutturando.
- Percezione: Sembra più lenta e dolorosa all’inizio perché non fornisce “compiti a casa” o strategie di distrazione, ma affronta subito il nucleo del malessere. [1, 2]
Cosa dice la ricerca sul confronto?
I grandi studi clinici che hanno messo a confronto la DBT (comportamentale) e la TFP (psicodinamica) dimostrano che a lungo termine (1-2 anni) i tassi di successo e di ristrutturazione si equivalgono. [1]
Tuttavia, evidenziano una specificità:
- Se il paziente ha un basso funzionamento riflessivo (fa enorme fatica a comprendere i propri stati mentali), la psicodinamica specifica per il disturbo borderline (come la TFP o la MBT – Mentalization-Based Treatment) mostra una capacità superiore nel tempo di ristrutturare la capacità di pensiero del paziente rispetto ai trattamenti puramente comportamentali. [1]
In sintesi, nessuna terapia ristruttura “prima”. Le terapie cognitivo-comportamentali (DBT) creano prima una struttura di sicurezza esterna (comportamento) per poi cambiare l’interno; le terapie psicodinamiche specifiche (TFP/MBT) lavorano subito sulla ristrutturazione interna (scissione/mentalizzazione) per riflettersi poi sul comportamento. [1, 2, 3]
chiedo allora anche del disturbo ossessivo compulsivo: e nel DOC?
No, nel Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC) la situazione è completamente diversa rispetto al disturbo borderline. Nel DOC, le terapie cognitivo-comportamentali (specificamente la CBT con tecnica ERP) non sono solo “più veloci”, ma sono considerate il gold standard assoluto per efficacia. [1, 2, 3]
Mentre nel disturbo borderline l’approccio psicodinamico (TFP) e quello comportamentale (DBT) si contendono il primato ad armi pari, nel DOC la psicodinamica classica ha storicamente mostrato enormi limiti empirici. [1, 2]
Le differenze sostanziali nel trattamento del DOC evidenziano dinamiche distinte rispetto ad altri quadri clinici:
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Il primato della tecnica ERP (Esposizione e Prevenzione della Risposta)
La linea guida internazionale per curare il DOC prevede l’uso della CBT focalizzata sull’ERP. [1, 2]
- Come funziona: Il paziente viene esposto volontariamente al pensiero ossessivo (es. “le mie mani sono piene di germi”) e gli viene bloccata la possibilità di mettere in atto la compulsione rituale (es. lavarsi le mani). [1, 2]
- Perché ristruttura prima e meglio: Questa tecnica agisce sul cervello tramite l’apprendimento inibitorio e l’abituazione. Interrompe il circuito neurologico della paura in tempi relativamente brevi (spesso tra le 12 e le 25 sedute). La ristrutturazione cognitiva avviene attraverso l’azione. [1, 2]
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Il problema della Psicodinamica classica nel DOC
Nella stragrande maggioranza della letteratura scientifica (come le meta-analisi sul PMC), la psicodinamica tradizionale non offre prove sufficienti per il trattamento del DOC grave. Il motivo risiede nella natura stessa del disturbo: [1, 2]
- L’intellettualizzazione come trappola: Il paziente ossessivo tende già a pensare troppo, a analizzare continuamente e a cercare risposte logiche alle sue paure. Una terapia basata sul “parlare dell’origine profonda dell’ossessione” rischia di trasformarsi in una gigantesca compulsione mentale. Il paziente usa le interpretazioni del terapeuta come materiale per rimuginare ancora di più, cronicizzando il disturbo anziché risolverlo. [1, 2, 3]
Le eccezioni: quando si usa la Psicodinamica nel DOC?
Negli ultimi anni sono stati sviluppati protocolli di Psicodinamica Breve (STPP) specifici per il DOC che mostrano risultati migliori rispetto al passato. La psicodinamica viene presa in considerazione in casi precisi: [1, 2, 3]
- Personalità Ossessivo-Compulsiva (OCPD): Da non confondere con il DOC. Se il problema non sono i rituali (come lavarsi le mani o controllare il gas), ma un tratto di personalità caratterizzato da estremo perfezionismo, rigidità e bisogno di controllo, allora la psicodinamica a lungo termine è efficace tanto quanto la CBT. [1, 2, 3, 4]
- Resistenza all’ERP: Circa il 30-40% dei pazienti con DOC rifiuta l’esposizione comportamentale perché troppo ansiosa o non risponde ad essa. In questi casi, un approccio psicodinamico mirato può aiutare a comprendere il significato emotivo profondo del sintomo o a sbloccare la paura stessa di affrontare la CBT. [1, 2, 3, 4, 5]
Nel DOC la ristrutturazione e la scomparsa dei sintomi avvengono nettamente prima e con maggiore efficacia con la terapia Cognitivo-Comportamentale (ERP) rispetto alla terapia psicodinamica. [1, 2]
Continuando a seguire il “bias” che mi propone la superiorità dell’approccio cognitivo comportamentale (CBT) basandosi su studi di cliniche ad indirizzo comportamentale, faccio domande più specifiche sui riferimenti e leggendomi gli articoli noto che viene confusa la “terapia supportiva standard” con quella “psicodinamica” in un esperimento che viene utilizzato per il confronto… allora rispondo: il gruppo 2 di Simpson ha fatto una terapia di supporto, non una terapia psicodinamica, per la quale è necessario l’utilizzo di personale specificatamente formato…
RISPOSTA: Hai perfettamente ragione, ed è fondamentale fare questa precisione metodologica. Mi scuso per la imprecisione: nel trial di Simpson et al. (2008), il gruppo di controllo ha ricevuto la Supportive Compliance Therapy (Terapia di Supporto) e non una psicoterapia psicodinamica. [1]
La Terapia di Supporto utilizzata nello studio è un intervento non direttivo, basato sull’ascolto empatico e sulla gestione dello stress. È corretto sottolineare che non può essere assimilata alla psicodinamica, la quale richiede professionisti con una formazione specifica, l’uso di un setting rigoroso e tecniche precise come l’analisi delle difese, del transfert e dei conflitti inconsci. [1, 2]
Perché i ricercatori usano la Terapia di Supporto nei trial?
Nei trial clinici di questo tipo, la Terapia di Supporto viene impiegata come “placebo psicologico” (controllo attivo). Serve a isolare i fattori aspecifici della terapia (es. avere un professionista che ti ascolta, l’empatia, il tempo dedicato) dai fattori specifici di una tecnica (es. le esposizioni nell’ERP). [1]
Lo studio dimostra che l’ascolto empatico da solo non basta per il DOC, ma hai ragione: non dimostra un fallimento della psicodinamica vera e propria, poiché non è stata testata in quel setting.
Chi ha fatto un confronto reale “testa a testa”?
Se cerchiamo studi in cui il DOC è stato trattato con psicoterapia psicodinamica strutturata (erogata da personale specificamente formato), i dati storici sono sempre stati scarsi a causa della difficoltà di manualizzare questo approccio per il DOC. [1]
La svolta metodologica è arrivata proprio con lo studio clinico controllato randomizzato (RCT) di Falk Leichsenring e colleghi (Leichsenring 2026): [1, 2]
- Lo studio: Short-Term Psychodynamic Psychotherapy of Obsessive-Compulsive Disorder: A Randomized Controlled Trial of Unmedicated Patients. [1]
- Il metodo: Qui i terapeuti erano esplicitamente formati nell’applicazione di un manuale specifico di psicodinamica breve (STPP) sviluppato appositamente per il DOC. Il protocollo integrava l’analisi dei conflitti relazionali profondi (il Core Conflictual Relationship Theme) con l’invito finale a esporsi alle situazioni temute. [1, 2]
- Il risultato: Questo studio ha dimostrato che la psicodinamica manualizzata ed erogata da esperti ha un’efficacia reale sul DOC (64% di risposta clinica rispetto alla lista d’attesa). [, 2]
Tuttavia, gli stessi autori nel paper sottolineano che i dati attuali non permettono ancora un confronto “testa a testa” definitivo di superiorità con la CBT/ERP, la quale vanta una mole di studi comparativi molto più ampia. Resta il fatto che la psicodinamica, quando applicata da personale formato con protocolli specifici per il DOC, ha finalmente dimostrato la sua validità scientifica. [1, 3]
quindi in definitiva funzionano entrambe, con buona pace di tutti. Purtroppo questo accade spesso, non è solo AI ad avere un pregiudizio che potremmo definire “Cognitivo Comportamentale orientato”, spesso la descrizione delle terapie sembra voler mettere in luce i “difetti” dei percorsi più analitici: presentati come più lunghi (non vero), e meno efficaci (non vero).
Conclusioni
Ci tengo a precisare che questo non è un articolo “scientifico”: ho semplicemente seguito un percorso logico approfondito, confrontandomi con alcune fonti per capire se esistessero dei misunderstanding sui tempi e modi delle diverse terapie. Ho avuto però il vantaggio di poter integrare questa ricerca con la mia esperienza clinica: interagendo ogni giorno con pazienti reali, sperimento costantemente gli effetti della psicoterapia ad orientamento psicodinamico. Il mio approccio non è integralista, ma cerca, nello spirito più profondo dell’analisi, di mettere sempre al centro la persona.
Riflettendo sul tema delle fonti “accreditate”, mi sono reso conto di un limite interessante: nelle risposte fornite dall’Intelligenza Artificiale, emergevano spesso contenuti estratti da siti di studi professionali ad indirizzo cognitivo-comportamentale. Per quanto questi siti siano prestigiosi, ben fatti e ricchi di informazioni, non costituiscono una “bibliografia” nel senso stretto del termine, ovvero studi scientifici sottoposti a revisione critica e liberi da presupposti teorici unilaterali. L’AI, attingendo da queste fonti, ha finito per restituirmi risposte condizionate da quel particolare punto di vista (se avesse attinto solo dal mio sito, avrebbe tratto conclusioni altrettanto soggettive!).
Tuttavia, in modo simpatico — un po’ come accadeva a “Joshua” nel film WarGames — anche l’Intelligenza Artificiale, analizzando il quadro complessivo, finisce per concludere che non è il singolo approccio a determinare la funzionalità o la durata di una terapia, ma l’interazione di molte altre variabili.
Il mito del tempo e l’efficacia scientifica
È emerso chiaramente che la ricerca scientifica moderna (penso alle meta-analisi di Leichsenring e Shedler o all’Helsinki Psychotherapy Study) valida l’efficacia della terapia psicodinamica. Il punto cruciale non è il cronometro, ma l’obiettivo: mentre alcuni approcci si focalizzano sull’estinzione del sintomo, l’approccio psicodinamico mira a modificare i pattern relazionali interiorizzati, lavorando sulla struttura della personalità. Questo non significa necessariamente impiegare anni, così come non sia infrequente che gli altri approcci proseguano per anni, approfondendo gli studi diversi approcci hanno efficacia paragonabile.
Il “falso dilemma” tra i modelli
Nelle mie interazioni con l’AI, ho notato una tendenza a privilegiare l’approccio cognitivo-comportamentale, presentandolo spesso come “più veloce” o “più efficace”. È un bias comune, derivante dal fatto che certi studi sono stati condotti in contesti orientati a quel modello. Tuttavia, la realtà clinica è più sfumata. Nel trattamento del disturbo borderline, ad esempio, le strategie temporali cambiano ma i risultati a lungo termine si equivalgono. Anche sul DOC, dove la tecnica ERP è giustamente considerata un riferimento, la psicodinamica moderna ha dimostrato la sua validità scientifica quando applicata da professionisti formati.
In definitiva? Funzionano entrambe, con buona pace di tutti. Dubitate di chi sostiene che il proprio approccio sia l’unico “migliore”. Come sappiamo dal 1950 (Fiedler), la letteratura scientifica ci insegna che il fattore terapeutico determinante è la qualità della relazione.
E allora, quando finisce la terapia?
Non è un atto di obbedienza allo “stregone saggio”, ma un percorso di consapevolezza e scoperta del proprio potere. Proseguire o concludere una terapia non può essere deciso solo dal terapeuta, è una scelta collaborativa nella quale sei un soggetto attivo. Per quanto mi riguarda, le 12 sedute sono spesso un check-point fondamentale: avviene una presa di consapevolezza tale da poter cambiare la vita. Alcune persone scelgono di proseguire la terapia, vivendola come un percorso di crescita, un “lusso” di valore; altre proseguono da sole, perché hanno rimosso l’ostacolo che interferiva con la propria vita.
Ricerche successive (come quelle di John Norcross o i modelli sull’integrazione in psicoterapia) confermano il fenomeno:
- Nei giovani: La mancanza di esperienza pratica porta a rifugiarsi nella teoria. La tecnica appresa a scuola viene usata come uno “scudo” o una mappa rigida per gestire l’ansia della seduta.
- Negli esperti: Gli anni di pratica portano a un eclettismo informale. Il professionista esperto impara a sintonizzarsi sui bisogni reali del paziente “qui e ora”, abbandonando i dogmi per privilegiare l’alleanza terapeutica e i fattori relazionali.
Sempre più spesso gli autori concordano sul fatto che sia la relazione il più importante fattore terapeutico (Wampold e Imel 2015, Wampold 2015, Norcross e Wampold 2019, Popescu 2012, Popescu, O. M., & Drobot, L. 2012)
In definitiva
La vera sfida non è scegliere la tecnica “più veloce”, ma trovare un terapeuta con cui costruire una buona relazione. Che sia l’inizio di una breve tappa o di un lungo cammino, l’importante è che quello spazio sia, per te, di grande valore.
Ti auguro quindi di scegliere un terapeuta con il quale senti di avere una buona relazione!
Bibliografia (e filmografia)
Fiedler, F. E. (1950). A comparison of therapeutic relationships in psychoanalytic, nondirective and Adlerian therapy. Journal of Consulting Psychology, 14(6), 436–445.
Fiedler, F. E. (1950). The concept of an ideal therapeutic relationship. Journal of Consulting Psychology, 14(4), 239–245.
Leichsenring, F., & Leibing, E. (2003). The effectiveness of psychodynamic therapy and cognitive behavior therapy in the treatment of personality disorders: A meta-analysis. The American Journal of Psychiatry, 160(7), 1223–1232
Leichsenring, F., Steinert, C., Biskup, J., Feix, L. A., Heim, N., Nimis, B., Kreische, R., Nöske, F., Ruckes, C., Weiss, H., Reich, G., & Starck, A. (2026). Short-Term Psychodynamic Therapy of Obsessive-Compulsive Disorder: A Randomized Controlled Trial of Unmedicated Patients. Psychotherapy and Psychosomatics. Advance online publication.
Norcross, J. C., & Wampold, B. E. (2019). Relationships and responsiveness in the psychological treatment of trauma: The tragedy of the APA clinical practice guideline. Psychotherapy, 56(3), 391–399.
Popescu, O. M. (2012). Therapist variables in psychotherapy. Journal of Integrative Research, Counselling and Psychotherapy, 1(2), 45–54.
Popescu, O. M., & Drobot, L. (2012). Principles of integrative strategic psychotherapy. Journal of Integrative Research, Counselling and Psychotherapy, 1(2), 9–25.
Simpson, H. B., et al. (2008). A randomized, controlled trial of cognitive-behavioral therapy for augmenting pharmacotherapy in obsessive-compulsive disorder. The American Journal of Psychiatry, 165(5), 621–630.
Wampold, B. E., & Imel, Z. E. (2015). The great psychotherapy debate: The evidence for what makes psychotherapy work (2nd ed.). Routledge.
Wampold, B. E. (2015). How important are the common factors in psychotherapy? An update. World Psychiatry, 14(3), 270–277
Filmografia
Badham, J. (Regista). (1983). WarGames – Giochi di guerra [Film]. United Artists; Sherwood Productions.









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