Surf e Psicologia

surf e psicologia

Cavalcare l’onda: la psicologia del surf e quello che ci insegna sull’amore e sulle relazioni.

In psicologia, tra le molte metafore utilizzate, quella del surf è una di quelle che mi ha sempre affascinato. Mi ha affascina per vari motivi: sicuramente propone un confronto con la natura quasi magico. Eppure non ci sono artifici, una persona, la natura con la sua forza potenzialmente distruttrice e una tavola. Poi tante emozioni e la “bellezza”.

Ci sono alcune letture che indicano in modo molto poetico l’essere in mezzo alle onde per rappresentare come  talvolta le situazioni che ci circondano siano minacciose. Sentirsi in mezzo alla tempesta, persi in mezzo al mare o in un periodo di calma piatta, sono espressioni comuni, subito comprendiamo la situazione emotiva che ci vuole essere comunicata. Qualcuno più intraprendente dice anche “solcare le onde”, “mollare gli ormeggi”, “prendere il largo”. Le metafore legate al mare godono di una poetica che raggiunge anche chi come il sottoscritto non è ancora capace di nuotare. Una riflessione potrebbe essere sul significato generativo dell’acqua e del mare, simbolo, se non addirittura presupposto, della vita stessa. L’origine stessa della pratica del surf sembra risalire alle pratiche religiose hawaiane.

Il surf è qualcosa di particolare in questo “mare” di significati: un modo sovversivo di interpretazione, dove la pericolosità diventa il motore, dove la forza non viene domata ma utilizzata, senza pretenderne una resa. Il surfista non cerca di modificare l’evento (ovvio che non potrebbe) vi si adatta e si integra. Non vi sono alternative. Integrazione. e non c’è neppure il desiderio che le onde si svolgano in modo diverso. Nella attività c’è sempre qualcosa che mi ha affascinato: una complessità enorme che richiede migliaia di calcoli per poter vivere pienamente anche solo qualche momento. C’è da valutare i tempi di arrivo dell’ondata, da iniziare il movimento che permetta di allinearsi alla nuova velocità, per non farsi trovare passivi ed esserne travolti. C’è da calcolare che dovremo cambiare posizione (quella iniziale non andrà bene per la nuova situazione), quindi scegliere bene i tempi che si accordino con la nuova energia che arriva, coi cambiamenti che ci sta già costringendo a fare fin dalle fasi iniziali. Una volta calcolati questi primi momenti inizia l’azione, il coordinamento del mondo fisico con quello mentale di previsione è la vera scommessa. Inizierà una serie incredibile di informazioni che vengono lette dal corpo come posizione, accelerazione, inclinazione che saranno analizzate dal cervello che calcolerà nuove forze da indicare a vari parti della persona non per mantenere la posizione precedente (ormai non è più valida) ma prevedendo e decidendo per una nuova, che non prevede un equilibrio individuale, ma un equilibrio “relativo” alla relazione in atto. Se solo il surfista pensasse anche solo ad alcune di queste cose cadrebbe immediatamente perché perderebbe il legame con il “flusso”. Allora succede qualcosa di apparentemente magico: qualcosa che io chiamo inconscio gestisce tutto questo processo e istantaneamente, sulla base di forze e resistenze, la persona stabilisce una “relazione” che si modella con i bisogni e il pensiero, fiducioso nel funzionamento di una “naturale capacità di interazione basata sulla resistenza”, si può dedicare a decidere, ad esempio quale direzione sia “possibile”.

e adesso, dopo aver descritto come funzionano le relazioni secondo me, posso passare a parlare del surf (la parte precedente riguardava la relazione).

C’è in tutto ciò un atteggiamento di spavalderia nel desiderio di confrontarsi con forze ben al di sopra di quelle umane e insieme di umiltà nell’accettare le limitazioni che la situazione impone. Dopo esserne stato molto affascinato ho deciso di sperimentare io stesso, come mi accade in ogni argomento psicologico e quindi mi sono cimentato nella arte del surf facendomi aiutare da un istruttore. Ho scoperto, come immaginavo che le similitudini non si fermano e come nelle relazioni umane le cadute iniziali sono davvero molte, sembrano infinite, i tempi, l’equilibrio, la posizione del corpo, tutto ti riporta senza pietà in acqua. Eppure come nelle relazioni rimane sempre la voglia di riprovare, di fare altri tentativi e anche solo piccolissimi successi, secondi di successo spronano a riprendere quell’interazione che ti fa vibrare (se riesci a farci attenzione) a partire dai piedi, tutto il corpo. E ancora una volta mi è difficile capire se sto parlando della psicologia delle relazioni umane o del surf.

Non sono novità, più volte mi è capitato di parlarne in terapia e nei percorsi di crescita personale, quando ci confrontiamo con la vitalità delle relazioni, spesso si pensa a qualcosa di piacevole, più spesso è invece il confronto con le grandi forze della vita assomiglia ad una battaglia… nel surf non vi è battaglia, non si può vincere le onde del mare, si può però trovare un modo, unico, genuino, di essere noi stessi, integrati nella forza degli elementi, compresi e allo stesso tempo indipendenti. Ed è qualcosa che costa sacrificio e costanza per poter diventare un nuovo modo di stare negli eventi della vita. Ed è qualcosa che tutti si possono permettere di fare, ognuno a suo modo e con il suo “stile” ma la cosa meravigliosa è che ad ogni livello di capacità la soddisfazione del sentirsi connesso, o “nel flow” rende giustizia anche di molte attese e tentativi non riusciti.

a cura di Gabriele Giacomelli.

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